Duncan Okindo è bravo nel suo lavoro. Sta scrivendo a un’agente immobiliare americana e le racconta di essere un allevatore di bestiame del Texas: ha venduto una parte della mandria, ha messo il ricavato in criptovalute, adesso cerca casa e ha fretta di investire. Scrive con le abbreviazioni giuste, le pause giuste, quel tanto di […]
Duncan Okindo è bravo nel suo lavoro.
Sta scrivendo a un’agente immobiliare americana e le racconta di essere un allevatore di bestiame del Texas: ha venduto una parte della mandria, ha messo il ricavato in criptovalute, adesso cerca casa e ha fretta di investire. Scrive con le abbreviazioni giuste, le pause giuste, quel tanto di errori che rendono più vera una frase.
Lei gli fa una domanda precisa sul mercato immobiliare della sua contea. Okindo prende la domanda, la incolla in un’altra finestra sul suo pc e legge la risposta che compare, completa dei modi di dire tipici americani.
Ha ventisei anni, un diploma in studi sui media preso a Nairobi, ma non ha mai visto una mandria in vita sua e non è mai stato in America; si trova a 6.974 km da casa. Il suo compito, ogni giorno, è convincere almeno due agenti immobiliari a versare del denaro che non rivedranno mai più. Molto efficiente, tiene aperte almeno dieci conversazioni alla volta. Oggi è avanti sulla tabella di marcia.
Dall’altra parte della sala qualcuno comincia a battere un tamburo.
Vuol dire che è entrata una grossa somma: qualcuno è stato truffato per una cifra importante.
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Il fiume
Quattro mesi prima, Duncan Okindo è a Nairobi e cerca lavoro. Ha studiato comunicazione, ha il diploma in mano ma a nessuno sembra importare; mantiene la famiglia, e a ventisei anni, in Kenya, è un mestiere duro. Un’agenzia di collocamento gli propone un impiego a Bangkok, nel servizio clienti, e lo stipendio è buono. Gli sembra un’ottima occasione e non ci pensa, prende l’aereo: è la prima volta che esce dal suo paese.
C’è un proverbio swahili che in Kenya conoscono tutti: haraka haraka haina baraka. La fretta non porta benedizione.
Atterra a Bangkok. All’aeroporto non lo aspetta nessuna agenzia.
Lo caricano su un mezzo e lo portano per ore verso ovest, fino a una città di confine che si chiama Mae Sot. Lì scorre un fiume largo poche decine di metri, il Moei; sull’altra sponda finisce la Thailandia e non comincia nessuno stato. Inizia il Myanmar, ma in realtà quelle terre non le governa nessuno, se non le milizie che fanno la guerra allo stato ufficiale.
Il complesso dove lo portano si chiama KK Park. Lo descriverà così: uomini armati fino ai denti, tutto fortificato come se fosse fatto per la guerra.
Ecco il primo punto di non ritorno. L’uomo bravo nel suo lavoro non può uscire da quella stanza. Chi non arriva alla quota viene umiliato davanti agli altri, picchiato, colpito con manganelli elettrici. Quando la quota la superi, invece, ti fanno battere il tamburo.
Le parole con cui Okindo truffa la gente non sono sue. Gliele scrive una macchina, un’AI. Gratis.
La corrente staccata
Nel febbraio del 2025 la Thailandia prende la misura più dura mai presa su quel confine: taglia elettricità, carburante e collegamenti verso i complessi oltre il fiume. Senza corrente il lavoro si ferma, e ad aprile i carcerieri lasciano andare una parte dei lavoratori. Okindo esce in quel momento.
Qui la storia dovrebbe chiudersi, e chiudersi bene: senza collegamenti il sistema chiude.
In realtà si riorganizza. Qualcuno, dal lato thailandese, fotografa i tetti di KK Park; sui tetti sono comparse delle parabole, la connessione satellitare, e tutto ricomincia come prima.
Perché proprio lì
Facciamo un passo indietro, perché senza la geografia non si capisce niente.
Quelli che in inglese chiamano compound o scam city, e che io chiamerò recinti, sono zone industriali dedicate alla frode online, e non stanno in Myanmar, in Cambogia e in Laos per caso: stanno dove lo stato non arriva. KK Park sorge a Myawaddy, nello stato Kayin, in un paese che dal colpo di stato del 2021 vive in una guerra civile, con il confine controllato da milizie etniche armate che incassano affitti e danno protezione ai recinti. Quando l’esercito birmano ha effettuato una retata nell’ottobre 2025, ha descritto oltre duecentocinquanta edifici. Non un covo: un vero distretto industriale.
Ma da dove arrivano questi distretti fortificati della truffa? L’origine non è lontana. Prima c’erano i casinò, costruiti lungo i confini e soprattutto a Sihanoukville, in Cambogia, pensati per i giocatori cinesi; poi la pandemia ha fatto sparire i clienti e ha lasciato in piedi le strutture, alberghi, dormitori, era tutto già pronto. Le stesse organizzazioni hanno cambiato prodotto: al posto del tavolo verde la truffa, al posto dei giocatori che arrivavano lì, le vittime raggiunte una per una in tutto il mondo.
Questa trasformazione un ricercatore italiano l’ha vista accadere sotto i suoi occhi. Si chiama Ivan Franceschini, insegna studi cinesi a Melbourne, e per quasi dieci anni ha studiato le condizioni di lavoro negli insediamenti cinesi in Cambogia, Sihanoukville compresa: ha raccontato che alcuni dei luoghi dove faceva ricerca sul campo si sono trasformati, mentre lui guardava, in recinti fortificati.
Da lì è nato il libro che oggi è il riferimento su questa industria, scritto con Ling Li, dottoranda a Ca’ Foscari, e con Mark Bo. La formula che hanno coniato è “capitalismo da compound”, e non è una metafora: lì dentro c’è un’economia completa, con reclutatori, intermediari che rivendono le persone da un recinto all’altro, capisquadra che impongono la disciplina e padroni che incassano restando nell’ombra.
Chi ci finisce dentro
All’inizio i reclutatori pescavano quasi solo in Cina e nel sudest asiatico; poi la rete si è allargata, e Amnesty International, raccogliendo le testimonianze di chi era appena uscito dai recinti cambogiani, ha parlato con persone di sedici nazionalità diverse.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Un annuncio su Telegram. Un ruolo plausibile: receptionist, o inserimento dati, la promessa di uno stipendio che nel paese di partenza è da favola. Poi arriva un biglietto aereo pagato da altri, che diventa subito un debito. Infine la prigionia nei recinti.
Nel libro di Ivan Franceschini c’è il caso di un ragazzo dello Jiangxi venduto a un recinto cambogiano a quindici anni, mentre cercava un lavoro estivo per aiutare i genitori indebitati: la famiglia lo ha ricomprato per 12mila dollari, indebitandosi ancora di più.
C’è poi la storia che spiega come questa industria va avanti. Un vietnamita trasferito in Cambogia ha raccontato di avere ingannato tre amici per farli venire lì dentro, perché i carcerieri gli avevano promesso dei soldi per ogni persona portata. Non li ha mai ricevuti. In Myanmar alcuni sopravvissuti hanno raccontato che l’unico modo per uscire era trovare dei sostituti, a volte ben cinque.
Dentro ai recinti, la via d’uscita è una sola: fare a un altro quello che hanno fatto a te.
La parabola sul tetto
Torniamo ai tetti dei recinti, con le parabole satellitari.
Un’inchiesta dell’agenzia France-Presse ha documentato che sulle palazzine dei compound birmani i ricevitori satellitari erano stati installati su larga scala. Sono terminali Starlink: antenne che si agganciano alla costellazione di satelliti in orbita bassa di SpaceX e portano una connessione veloce dove non arriva nessun cavo, nessun operatore e, in questo caso, nessun governo. Su Digitalic abbiamo spiegato come funziona Starlink e la sfida con Amazon Kuiper per la connettività dallo spazio.
Nell’ottobre del 2025 l’esercito birmano entra al KK Park, arresta circa 2.500 persone e sequestra trenta terminali. Due giorni dopo SpaceX annuncia di averne disattivati più di 2.500 vicino a sospetti centri di truffa; la vicepresidente Lauren Dreyer scrive che il servizio deve restare una forza positiva, impegnata a “connettere chi non è connesso”, e che bisogna individuare gli abusi.
Fermiamoci su quella frase, perché è sincera e per questo è istruttiva. Le due cose non sono separabili. Il valore commerciale di Starlink è arrivare dove non arriva nessun altro; il valore criminale è identico, parola per parola. Non c’è una funzione buona da tenere e una cattiva da buttare: c’è una funzione sola.
Nel 2026 le Nazioni Unite hanno indicato la connettività satellitare in orbita bassa tra i fattori che rendono queste truffe difficili da eliminare, e il Congresso americano ha aperto un’indagine. I recinti, nel frattempo, hanno continuato a funzionare.
L’altra tecnologia, che costa zero
C’è un secondo strumento tecnologico usato in questi recinti della truffa, e non ha bisogno di orbite.
Okindo ha raccontato a Reuters che nella sala il programma più diffuso era la versione gratuita di ChatGPT; per usare le sue parole, era “il più usato per aiutare i truffatori a fare il loro mestiere”. Serviva a due cose: sembrare americani, scrivendo come scrive un allevatore texano o un produttore di soia dell’Alabama; e rispondere alle domande in modo naturale, perché quando l’agente chiedeva qualcosa di tecnico la domanda finiva nel modello, che restituiva una risposta credibile.
Reuters ha raccolto anche il racconto di due birmani costretti a lavorare in altri recinti. Uno era specializzato in truffe sentimentali: ha spiegato che con i primi modelli generativi ha potuto corteggiare decine di persone contemporaneamente, ognuna con delle poesie personalizzate.
Questo è il punto tecnico. Fino a quel momento l’industria della truffa aveva due limiti fisici: un prigioniero poteva gestire poche conversazioni alla volta, e la qualità della scrittura era scarsa, spesso si facevano scoprire. L’AI generativa li ha eliminati entrambi: ha moltiplicato la produttività di ogni schiavo e ha cancellato l’unico segnale, l’unica avvisaglia, che permetteva alla vittima di capire di essere incappata in una truffa, cioè una frase fuori posto. Non è un caso isolato: abbiamo raccontato come bastino 13 parole per dirottare la ricerca AI verso le truffe e come i generatori gratuiti clonino voce e volto.
La zona grigia
Nel febbraio del 2022, in un ospedale cambogiano, un uomo cinese racconta ai giornalisti di essere stato venduto a un recinto, torturato, e di essersi visto prelevare il sangue sette volte in sei mesi. La stampa lo chiama lo schiavo del sangue. La Cina si indigna, i governi si muovono.
Poi la storia scricchiola. I medici dubitano; la piattaforma dove diceva di avere visto l’annuncio non ne trova traccia. Che fosse stato dentro un recinto e ne fosse uscito distrutto era certo; quanto il resto fosse vero non lo si è mai provato.
Franceschini e Ling Li, in un lungo saggio su Aeon, usano questo caso per sottolineare una cosa: i sopravvissuti vengono messi in dubbio così sistematicamente che alcuni sentono il bisogno di drammatizzare per essere creduti, e quando uno esagera, l’esagerazione diventa l’arma per non credere a tutti gli altri.
Dentro i recinti la vittima e il colpevole sono spesso la stessa persona. Chi arriva ingannato viene costretto a ingannare; chi viene liberato viene spinto a reclutare per ripagare il debito; c’è perfino chi stava dall’altra parte ed è finito dentro per una faida tra criminali, quello che in Cina chiamano hēi chī hēi, il nero mangia il nero.
Una donna filippina venduta a un recinto cambogiano e liberata dopo mesi di violenze ha chiesto ai ricercatori di scrivere di lei, e ha detto la frase che vale tutta la storia: “non è questione di essere avidi o stupidi, può succedere davvero a chiunque”.
Per descrivere dove vengono rinchiuse queste persone, i ricercatori sono andati a prendere l’unico autore che a quel posto aveva già dato un nome.
I sommersi e i salvati, Einaudi, 1986. Primo Levi lo pubblica un anno prima di morire, quarant’anni dopo Auschwitz, e il capitolo più duro del libro non parla dei nazisti. Parla dei prigionieri che ottenevano benefici e privilegio in cambio di un servizio: i prigionieri-funzionari, quelli che stavano in mezzo.
Levi descrive la situazione partendo da una legge del potere. Dove un potere è esercitato da pochi contro molti, il privilegio nasce da solo, e chi comanda lo tollera perché gli conviene. Poi dà un nome allo spazio che quel privilegio produce: una zona grigia, dai confini impossibili da tracciare, definita con una formula che non si dimentica più.
“che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi”
Levi aggiunge che quella zona ha un’architettura interna complicatissima, e che dentro contiene abbastanza da mandare in tilt il nostro bisogno di giudicare.
Il nostro bisogno di giudicare. Non la capacità: il bisogno. Levi aveva visto che giudicare è una necessità quasi fisica, e che certi luoghi sono costruiti in modo da lasciarla senza appigli.
Scriveva del Lager, e diceva apertamente che il Lager poteva servire da laboratorio: guardare quelle figure, sosteneva, serve a capire la specie umana, e persino a capire che cosa succede dentro una grande fabbrica.
Dentro una grande fabbrica. Duecento persone ai computer sopra un fiume birmano, con le quote giornaliere, i capisquadra, le punizioni e il tamburo, sono una grande fabbrica. Duncan Okindo, che scriveva a un’americana per portarle via i risparmi mentre non poteva uscire dalla stanza, sta esattamente lì dentro: nella zona che separa e congiunge.
Un accostamento così va maneggiato con prudenza, e lo dico prima che lo pensiate voi: Auschwitz non è KK Park. Ma lo strumento che Levi ha costruito per capire quella situazione funziona anche fuori da Auschwitz; ne sono convinti anche i due ricercatori che hanno passato giorni e giorni a intervistare i sopravvissuti dei recinti.
Il nuovo mercato siamo noi
Magari vi state chiedendo perché tutto questo dovrebbe riguardare anche noi. Per due ragioni, una numerica e una geopolitica.
La ragione numerica. Secondo i dati della Polizia postale, nel 2024 in Italia le frodi online sono cresciute di circa un terzo, con oltre 54mila fascicoli aperti e 181 milioni di euro sottratti alle vittime. Questi sono i casi denunciati: la vergogna di essere stati truffati, però, porta molte persone a non denunciare.
La ragione geopolitica rischia di coinvolgerci direttamente. La Cina ha fatto delle truffe una priorità di sicurezza nazionale e ha spinto sui paesi del Mekong; gli Stati Uniti hanno creato una struttura interforze e hanno colpito con sanzioni i gruppi più grandi. Risultato: secondo l’analisi della Fondazione francese per la ricerca strategica, gli operatori dei recinti si stanno spostando verso i mercati che non sono né cinesi né americani, e possono farlo perché la traduzione automatica ha reso la lingua un problema risolto.
Tradotto: la pressione occidentale non ha spento l’industria. Le ha suggerito un nuovo mercato. Quel mercato siamo noi.
L’Europa si è mossa il 30 luglio del 2026: il Consiglio ha messo sotto sanzione sette persone e tre entità legate ai recinti, tra cui il gruppo cambogiano Prince Holding Group con il suo presidente Chen Zhi e la milizia birmana che protegge i complessi al confine del Myanmar. Sono stati previsti il congelamento dei beni e il divieto d’ingresso in Europa. Una misura giusta, tardiva, e rivolta alla testa mentre il denaro continua a uscire ogni giorno dai conti correnti europei.
Quello che cambia per chi legge
Il problema è che oggi abbiamo meno difese. Per vent’anni abbiamo insegnato a riconoscere il messaggio falso dal linguaggio approssimativo. L’unica difesa rimasta è procedurale, non percettiva: verificare fuori dal canale in cui è arrivata la richiesta, doppio riscontro sempre, regole che valgono anche quando il messaggio sembra perfetto. Soprattutto quando sembra perfetto. Per il quadro completo delle contromisure aziendali c’è la nostra guida alla cybersecurity.
Chi guarda, paga
Un’ultima cosa, e riguarda chi ha raccontato tutto questo prima di me.
Mech Dara è un giornalista cambogiano. Le sue inchieste hanno portato alla luce i recinti del suo paese e i loro proprietari, e nel 2023 il dipartimento di stato americano lo ha premiato per questo. Nel settembre del 2024 lo hanno arrestato davanti alla famiglia, a un casello autostradale, con un’accusa di istigazione che con le truffe non c’entrava niente; è uscito su cauzione dopo avere registrato un video in cui si scusava per le proprie notizie false, e ha detto ai colleghi che avrebbe lasciato il mestiere per coltivare ortaggi.
Nel febbraio del 2026 la polizia militare lo ha fermato di nuovo mentre fotografava una retata. L’ha raccontata così: “mi hanno preso il telefono e cancellato le foto”.
Sulle retate vale la frase di Nathan Paul Southern, che indaga su queste organizzazioni per il progetto Eyewitness: “c’è un’enorme differenza tra essere perquisiti ed essere chiusi”. Chi assiste i sopravvissuti sul confine dice di vedere cantieri nuovi aprire sull’altra sponda, mentre i complessi vecchi si spostano all’interno, dove le fotografie non arrivano.
Il tamburo
Duncan Okindo è tornato in Kenya. Si è trovato a dover fronteggiare una cosa nuova, lo stigma di chi ha truffato, mentre quella vecchia da cui era scappato non è cambiata: i debiti di prima sono ancora lì, e in più riceve delle telefonate minatorie da persone che sospetta legate a quelle organizzazioni dei compound.
Haraka haraka haina baraka. La fretta non porta benedizione. Vale per il ragazzo di Nairobi che sale sul primo aereo della sua vita per un lavoro che non esiste; vale, parola per parola, per il risparmiatore di Milano, di Bari, di Roma che vede un rendimento del trenta per cento e non aspetta il giorno dopo per pensarci.
Ora c’è ancora una finestra aperta, gratuita. In quella finestra, in questo momento, qualcuno sta incollando una domanda che gli avete fatto voi, per rimandarvi indietro una risposta che suoni familiare.
Il tamburo suona quando la somma è entrata. Non lo sentiamo, ma forse per qualcuno sta suonando proprio ora.
Ascolta la puntata. Questa storia è anche un episodio di DigitMondo, il podcast di Digitalic scritto e condotto da Francesco Marino: Lo schiavo che ti truffa con ChatGPT. Tutti gli episodi sono nella pagina Podcast DigitMondo; tra questi La rapina digitale da 951 milioni di dollari e Il più grande furto di tecnologia AI: Nvidia, la talpa, la Cina.
Fonti principali: l’inchiesta Reuters su Duncan Okindo; il saggio e il libro di Ivan Franceschini, Ling Li e Mark Bo; l’inchiesta France-Presse sulle antenne satellitari; il rapporto di Amnesty International sui recinti cambogiani; le sanzioni del Consiglio dell’Unione europea del 30 luglio 2026; Human Rights Watch sul caso Mech Dara. La citazione di Primo Levi è dal secondo capitolo de I sommersi e i salvati (Einaudi, 1986), in estratto breve.
